Abdi Bellau Mohamed Lamin : un farmacista laureato a Ferrara per il popolo Saharawi.

Abdi Bellau Mohamed Lamin : un farmacista laureato a Ferrara per il popolo Saharawi.

INFORMAZIONI FNP ER

06/03/2019



Abdi Bellau Mohamed Lamin, nato a Mahbes nell'ex Sahara spagnolo nel 1968, sposato e padre di tre figli, è rientrato nei campi di rifugiati sahrawi in Algeria dopo aver discusso una tesi di ricerca intitolata “Profilo chimico e di bioattività di piante del Sahara occidentale” e aver conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Scienze Chimiche all'Università degli Studi di Ferrara.

Nel 2015 Mohamed Lamin partecipa al concorso bandito dall'Università di Ferrara per un posto di dottorato di ricerca nell'ambito del programma riservato alla Cooperazione dello Sviluppo. Le linee guida di questo programma dottorale, gestito e coordinato dal Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale dell'Università di Ferrara, gli ha consentito di realizzare un'attività di ricerca su alcune piante del Sahara occidentale utilizzate nella medicina tradizionale, per verificare la possibilità di formulare alcuni prodotti salutistici da distribuire localmente e, in prospettiva, in Italia con l'obiettivo di sostenere l'autosviluppo economico e sociale locale.

Questo dottorato di ricerca si iscrive infatti in un più ampio progetto di cooperazione decentrata a sostegno del laboratorio di produzione farmaci “M. Embarek Fakal-la” , uno dei pochi esempi di attività produttiva all'interno dei campi profughi, capace con la sua produzione di integrare l'approvvigionamento di farmaci essenziali provenienti attraverso gli aiuti umanitari. Nel laboratorio lavorano, il cui direttore è proprio Mohamed Lamin, attualmente dodici persone (nove uomini e quattro donne). In questi anni, l'incremento della produzione e l'ampliamento dei farmaci prodotti localmente ha avuto un proficuo avanzamento grazie alla cooperazione decentrata che ha investito risorse economiche, professionali ed umane e che, nel corso del tempo, ha coinvolto un ampio e diversificato partenariato emiliano-romagnolo. 

L'origine del progetto risale al 2002 quando la Regione Emilia Romagna finanzia per la prima volta il progetto che ho elaborato dopo una missione dell'Associazione Jaima Sahrawi di Reggio Emilia nei campi di rifugiati sahrawi, che ho contribuito a fondare e che all'epoca presiedevo. L'intervento che inizialmente si limita ad integrare la disponibilità di materie prime per aumentare la produzione locale progressivamente rafforza le capacità gestionali e professionali del personale locale, grazie al contributo di rete di partner pubblici e privati divenuta sempre più ampia e qualificata. Tra i soggetti che in questi anni hanno sostenuto a contribuito al progetto a vario titolo troviamo il Comune di Albinea (RE), che dal 2011 ha assunto la guida del progetto sostituendosi all'Associazione Jaima Sahrawi che comunque resta nel partenariato, l'Ausl di Reggio Emilia, l'Università degli Studi di Ferrara, l'Associazione Farmacisti Volontari di Reggio Emilia, la Parafarmacia S. Paolo di Parma, FNP-CISL e ISCOS Emilia Romagna, il Comune di Ferrara, l'Associazione Oltre Confine e ANTEAS di Ferrara, l'Università degli Studi di Bologna, le Farmacie Riunite di Reggio Emilia, l'Associazione Italiana Celiaci Emilia-Romagna, l'Associazione Credere per vedere di Scandiano (RE). Fondamentale è inoltre la collaborazione e il rapporto di fiducia instaurato con i partner locali a partire dal personale che lavora nel laboratorio: il Rappresentante del Fronte Polisario in Italia, Ministeri della Salute Pubblica e della Cooperazione, il rettore dell'Università degli Studi di Tifariti.

Il coordinamento di un partenariato così eterogeneo e altamente qualificato ha favorito lo sviluppo delle attività progettuali e di nuove prospettive, aperto spazi di riflessione critica sulle politiche e sulle pratiche della cooperazione internazionale allo sviluppo, fatto emergere buone pratiche e consolidato le relazioni formali ed informali tra i partner della rete. Nel 2015 l'Università degli Studi di Ferrara e l'Università di Tifariti ha sottoscritto a Ferrara un accordo di cooperazione culturale, didattica e scientifica, il primo di questo genere in Italia. Nello stesso anno i Comuni di Albinea e Ferrara, le Università di Ferrara e Tifariti e il Ministero della Salute pubblica sahrawi hanno sottoscritto un accordo di partenariato con il quale si impegnano a collaborare per garantire il diritto alla salute della popolazione rifugiata e a rafforzare le loro relazioni. Tra i possibili sviluppi del progetto l'avvio di un'agricoltura sostenibile per la coltivazione in loco delle piante di interesse e indagare la possibilità di una commercializzazione internazionale dei principi attivi o dei prodotti della salute nel circuito equo e solidale che vuole ridurre la povertà sviluppando una produzione e una rendita salvaguardando i lavoratori, le pari opportunità e il rispetto dell'ambiente.

Promuovere ed estendere i rapporti di solidarietà e amicizia con il popolo sahrawi attraverso la cooperazione e l'accoglienza è un impegno che la comunità e molte istituzioni emiliano-romagnole hanno assunto ormai vent'anni fa quando hanno deciso di sostenere la sua lotta per l'autodeterminazione.

Il Sahara occidentale, conosciuto come ex Sahara spagnolo, è l'ultima colonia africana. E' il Congresso di Berlino che assegna la regione atlantica del Sahara alla Spagna. Nel 1975 la Spagna invece di decolonizzare il territorio come richiesto in più occasioni dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la firma degli accordi di Madrid abbandona il Sahara, che subito dopo è occupato militarmente da due dei Paesi confinanti: il Marocco da nord e la Mauritania da sud. Alla popolazione civile sahrawi, fatta oggetto di bombardamenti, anche con bombe al napalm e al fosforo, non rimane che fuggire verso la frontiera algerina, sotto la protezione del Fronte Polisario, che il 27 febbraio 1976, proclama la Repubblica Araba Sahrawi Democratica (RASD), membro dell'Unità africana e riconosciuta da più di ottanta Paesi nel mondo. Da quel momento la popolazione sahrawi vive divisa, in parte nei campi di rifugiati in Algeria e in parte nel Sahara occidentale occupato dal Marocco, dopo che la Mauritania nel 1979 si ritira dal conflitto.

Nel 1991, dopo quindici anni di guerriglia, Marocco e Fronte Polisario sottoscrivono, sotto l'egida delle Nazioni Unite, un accordo per lo svolgimento di un referendum di autodeterminazione, che lascia al popolo sahrawi la possibilità di scegliere tra indipendenza e annessione al Marocco. Nel mese di settembre dello stesso anno, dopo la proclamazione del cessate il fuoco, le Nazioni Unite inviano una missione, la MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum in Sahara Occidentale), con l'incarico di organizzare il referendum, previsto inizialmente nel mese di gennaio 1992. Dal 2001 le Nazioni Unite continuano ad avanzare nuove proposte, ma senza arrivare ad alcun risultato concreto. 

Dal 1991 il popolo sahrawi, deposte le armi, continua a combattere la propria lotta a livello diplomatico, in vista di un referendum che però non arriva. Ciò a causa degli ostacoli posti da re del Marocco, Hassan II prima e oggi suo figlio Mohamed VI, fortemente contrario al referendum voluto dal popolo sahrawi. Le ragioni sono soprattutto economiche, l'occupazione, infatti, consente al Marocco di sfruttare illegalmente le risorse naturali del Sahara occidentale, principalmente fosfati e pesca.

Dal 1975, la popolazione sahrawi che vive nel Sahara occidentale occupato dal Marocco subisce una violenta repressione da parte dello Stato marocchino, che mantiene i Sahrawi sotto un'insopportabile pressione quotidiana con arresti, torture, processi farsa, sparizioni forzate, che fanno parte di una vera e propria strategia del terrore finalizzata a eliminare il sentimento nazionalista dal Sahara occidentale. Tutto ciò avviene nell'assoluto silenzio. Poche sono, infatti, ancora oggi le informazioni e le analisi indipendenti sulle condizioni e sui bisogni del popolo sahrawi che vive nei territori occupati, le poche disponibili sono diffuse attraverso reti clandestine, e oggi, grazie alle nuove tecnologie, attraverso i telefoni cellulari e la rete internet.

Tra il 1981 e il 1986 il Regno del Marocco costruisce un muro di sabbia, mine e filo spinato lungo 2720 chilometri che divide il Sahara occidentale. A ovest la zona invasa occupata dal Regno del Marocco; a est il territorio liberato dalla RASD. Tra i muri che ancora resistono, quello del Sahara Occidentale è uno dei più vecchi e odiosi. Conosciuto come il “muro della vergogna” è ancora oggi protetto da 160.000 soldati marocchini armati, 240 batterie di artiglieria pesante, più di 20.000 Km di filo spinato, mille veicoli blindati e milioni di mine anti-persona  (si parla di 7.000.000 di mine molte delle quali sono della Valsella), proibite dalle convenzioni internazionali che costano milioni di euro al regime marocchino, che investe nella politica di occupazione del Sahara occidentale, invece di intraprendere progetti di sviluppo in Marocco. Il “muro della vergogna” è un muro che divide un intero popolo dal suo territorio e gli impedisce beneficiare delle sue risorse naturali (soprattutto fosfati e pesca). Lo scorso 12 febbraio il Parlamento europeo ha approvato gli accordi di libero scambio e sulla pesca tra Unione Europea e Regno del Marocco nonostante siano in flagrante violazione della legge europea e internazionale. La Corte di Giustizia Europea ha infatti emesso dal 2016 ad oggi ben tre sentenze dove dichiara che qualsiasi tipo di accordo tra Unione Europea e Marocco non sono applicabili al Sahara occidentale perché trattasi di “territorio distinto e separato” dal Marocco. L'Unione europea ancora una volta dimostra la sua ambiguità politica nei confronti del popolo sahrawi e del Sahara occidentale: da un lato sostiene gli sforzi delle Nazioni Unite e il diritto all'autodeterminazione del popolo sahrawi mentre dall'altro conclude accordi commerciali con il Marocco che includono illegalmente il Sahara occidentale violando le sentenze della Corte europea e la legalità internazionale. Buffo vero!

Cinzia Terzi